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APPUNTAMENTI
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maggio, 2012
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| MARIO BORSA |
Mario Borsa fu direttore del “Corriere della Sera” dal 1944 al 1946 dopo avere svolto il suo lavoro preferito, quello di inviato speciale, per gran parte della sua esistenza. Nacque nella cascina Regina Fittarezza a Somaglia, il 23 marzo 1870, da una famiglia che da più generazioni si occupava di agricoltura. Mario Borsa uscì dai binari familiari e si laureò in lettere a Milano a soli 22 anni. Iniziò subito a fare il giornalista come critico teatrale al giornale “La Perseveranza”. Dopo essersi specializzato come inviato all’estero e aver trascorso alcuni mesi in Danimarca, Svezia e Norvegia, lavorò a “Il Secolo” di Edoardo Sonzogno. Dal 1897 al 1911 fu inviato a Londra; tornato in Italia, divenne redattore capo ed ebbe illustri collaboratori come Alfredo Panzini, Luigi Capuana, Giovanni Bertacchi e Trilussa. Finita la prima guerra mondiale riprese il suo incarico di inviato in giro per il mondo. Con il fascismo la sua posizione fu da subito chiara e nel 1925 firmò il contromanifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato sul “Mondo”. Fu sottoposto a vigilanza speciale, incarcerato due volte e colpito da due anni di ammonizione. Nel 1940 fu trasferito dal carcere di Como al campo di concentramento di Istonio Marina in Abruzzo. Dal 1944 fu direttore del “Corriere della Sera”, giornale che lasciò nel 1946. Si ritirò nella sua casa di Barzio in Valsassina, ma continuò il suo lavoro di giornalista e di scrittore. Alcune sue opere sono dedicate ai suoi viaggi (“Dal Montenegro”, “Verso il sole di mezzanotte”), altre parlano della sua vita (“La cascina sul Po”, “Memorie di un redivivo”; “La caccia nel Milanese”), altre ancora di quel mondo inglese che ben conosceva (“Il teatro inglese”, “Il giornalismo inglese”, “Londra”). Mario Borsa morì a Milano il 6 ottobre 1952. A Somaglia gli è stata dedicata una via ed intitolata la Scuola Media Statale.
ME FA VEGN IN MENT... (di Bruno Pezzini)
La carta la ciapa tüt:
per dire che su libri e giornali si leggono stupidaggini e strafalcioni; e non è colpa della carta, ma di chi scrive.
La meraviglia la düra trì dì:
"la meraviglia dura tre giorni"; non bisogna preoccuparsi dello scalpore che può fare uno scandalo o scandaletto (la gente dimentica presto).
Val püsé una buna fàcia che una grama pusion:
dà più frutti il saper affrontare a viso aperto le difficoltà della vita, che non avere sterili possedimenti.
Chi fosse interessato ad approfondimenti può contattare Bruno Pezzini all'indirizzo: pezzini@lodionline.it
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