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FRANCESCO DE LEMENE
Il Muratori scriveva di Francesco De Lemene: “era nelle conversazioni affabile e faceto al maggior segno, intanto che de’ suoi motti piacevoli e gentili e delle sue amichevoli burle, chi avesse tenuto conto avrebbe potuto empirne un gran libro”. Un ritratto molto vicino al vero di un nobile signore che nacque a Lodi il 19 febbraio 1634, nei pressi della parrocchia di San Lorenzo. Dopo aver studiato filosofia e teologia dai Barnabiti, seguì legge all’Università di Pavia ed a Bologna. Proprio qui si concretizzarono i primi risultati della vena letteraria e giocosa del De Lemene che nel suo periodo emiliano scrisse il poema eroicomico “Della discendenza e nobiltà de’ Maccaroni”. L’opera ebbe un certo successo e fu ricordata anche da Carlo Redi nel ditirambo “Bacco in Toscana” allorché scrisse: “io dico di lui che giovinetto scrisse ne la scorza de’ faggi e degli allori del paladino Maccaron le risse”. A Lodi il De Lemene fu Decurione della città, nonché Oratore presso il Senato di Milano. Ma la politica non era fatta per un uomo che amava dedicarsi a quegli “ozi” letterari che furono il suo impegno per il resto della vita. Scrisse in particolare versi amorosi ispirandosi alla mitologia classica (“Il giudizio di Paridev”, “Il Narciso”, “La Ninfa Apollo”, “Endimione”). Compose anche Sonetti e Madrigali e, dall’inizio degli anni ‘70, iniziò a dedicarsi ai temi religiosi che entrarono prepotentemente nei suoi versi (“Trattato di Dio”, “Giacobbe al fonte”, “Morte di S.Giuseppe”, “Rosario”). Ma il vero capolavoro del De Lemene fu “La sposa Francesca”, commedia in dialetto lodigiano che è sicuramente uno dei testi più importanti della nostra letteratura dialettale. Il riconoscimento di questa sua valenza è dato dal suo inserimento nella raccolta della poesia in dialetto apparsa recentemente nei Meridiani Mondadori. A proposito del De Lemene ed in particolare della “Sposa Francesca”, il curatore Franco Brevini scrive: “Il tratto forse più caratteristico della commedia di De Lemene consiste nello sguardo portato su quel piccolo mondo provinciale, animato da un’umanità assolutamente comune colta nel suo pittoresco agitarsi. I veri protagonisti sono i popolani, con le loro passioni, i desideri, il linguaggio vivacemente aforistico e proverbiale. Si aggiunga il gusto di ambientare la vicenda entro una familiare topografia, che salda perfettamente l’operazione all’interno di quella “pittura della realtà”, tra il Moroni e il Ceruti, di cui ha parlato Isella. De Lemene non rinuncia neppure alla seduzione dell’intreccio, favorendo complotti ed equivoci che rilanciano l’attenzione dello spettatore. Bruno Pezzini, attore e regista lodigiano, nel 1978 portò in scena, con un sapiente adattamento, La sposa Francesca interpretata magistralmente da Cesarina Spoldi della Compagnia Teatro dei Giovani di Lodi. Nel 1980 Pezzini riscosse un lusinghiero successo al Teatro di Porta Romana in Milano: la critica, sui giornali nazionali, lodando il Pezzini con un coro unanime, sottolineò il merito del regista lodigiano per aver fatto conoscere e portato alla ribalta il capolavoro del De Lemene, rimasto sino ad allora nell'oblio per più di un secolo.


ME FA VEGN IN MENT... (di Bruno Pezzini)

Parla 'me te mangi:
invito ad usare un linguaggio semplice (magari il dialetto).

I gati sü i teci i rùmpun i cupi:
prova verbale per accertarsi delle origini lodigiane.

L'é tame ciucià una savata:
"è come succhiare una ciabatta" (quando non si riceve un riconoscimento atteso, una soddisfazione meritata).



Chi fosse interessato ad approfondimenti può contattare Bruno Pezzini all'indirizzo: pezzini@lodionline.it



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